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il gatto nero e le
superstizioni
Il
carattere
La
razza BOMBAY

“…
Un’ombra nera piombò nel cerchio. Era Bagheera,
la pantera nera, nera dappertutto come
l’inchiostro. Tutti conoscevano Bagheera e
nessuno osava attraversargli la strada. “
Queste parole , scritte alla fine dell’Ottocento
da Rudyard Kipling ne Il libro della giungla ,
le cui pagine hanno fatto sognare generazioni di
bambini, devono aver profondamente impressionato
anche l’americana Nikki Horner.
Originaria di Luisville, nel Kentucky, Nikki
allevava gatti dall’età di sedici anni.
Negli anni cinquanta, Nikki decise di tentare di
realizzare un sogno: creare una razza felina il
più possibile simile alla saggia pantera di
Kipling.
La pantera non è altro che un leopardo con
un’eccessiva produzione di melanina. Le
classiche macchie nere del mantello del leopardo
comune permangono anche sul manto della pantera
ma sono ben poco visibili. Infatti non si
stagliano sul tipico fondo color sabbia dorata,
ma su una pelliccia anch’essa color della notte.
Mentre il mantello di Bagheera è nero marezzato,
quello dei mici che la Horner aveva in mente
doveva presentare una differenza sostanziale:
essere completamente nero, senza marezzature o
sfumature. Nero come la notte, il carbone,
l’inchiostro.
La pantera di Kipling, che salva il cucciolo
d’uomo Mowgli scambiandolo con un toro alla Rupe
del Consiglio, è selvaggia e dolce allo stesso
tempo.
Consapevole della sua forza, la usa a fin di
bene…proprio l’affidabilità della personalità di
Bagheera contrapposta al suo aspetto selvaggio è
ciò che la Horner avrebbe voluto ricreare nei
suoi gatti.
Due razze preferite dalla Horner erano, a quel
tempo, il rustico American Shorthair ed il
misterioso gatto Burmese.
In particolare la Horner amava il Burmese
classico, cioè quello di un caldo color castagna
con gli occhi dorati, che il linguaggio della
catofilia internazionale chiama “zibellino” .
Per coronare il sogno di ottenere un micio il
più possibile simile a Bagheera, Nikki incrociò
una delle sue femmine di Burmese con un maschio
American Shorthair di colore nero. Procedette ad
un secondo accoppiamento incrociato, in seconda
generazione, ma ci vollero anni di dura
selezione prima che i micetti nati da questi
accoppiamenti iniziassero a presentare una
morfologia sempre più distinta ed unica: la
pelliccia si assottigliava e si faceva molto più
morbida, lo sguardo diventava sempre più
luminoso e dorato.
Alla fine degli anni settanta, finalmente, le
cucciolate avevano caratteristiche morfologiche
e caratteriali costanti : era nata una nuova
razza di splendide ed affettuose “ pantere da
salotto” .
La Horner volle chiamarla BOMBAY dal nome della
città natale di Rudyard Kipling.
E’ un nome che evoca le atmosfere esotiche
dell’India e delle sue fitte giungle, entro le
quali si muove sinuoso il leopardo nero.
Nel 1976 il Bombay fu riconosciuto
definitivamente come razza felina in CFA, ed il
suo standard fu approvato ufficialmente.
Se è vero che ogni razza felina ha una
caratteristica distintiva, per il Bombay è
sicuramente il colore.
Nero dalla radice alla punta e morbido al tatto,
il pelo del Bombay è così luccicante che viene
descritto come “ di vernice”.
Oltre a quello del mantello, un altro colore è
importantissimo nel qualificare la razza: quello
degli occhi, la cui tinta deve variare tra il
giallo oro e il rosso rame, considerato più
prestigioso, tanto che gli occhi magnetici del
Bombay sono stati definiti “ penny di rame
nuovo”.
Il suo peso è molto superiore rispetto a ciò che
la sua taglia suggerirebbe: prendendolo in
braccio ci sorprenderemo a scoprire quanto è
pesante e possente la sua muscolatura, e se
scegliamo di vivere con un Bombay dobbiamo
mettere in conto di prenderlo in braccio di
frequente perché è uno dei mici più affettuosi
dell’universo felino, ed ama vivere “appiccicato
come una cozza” al suo adorato padrone.
Oggi che la razza è riconosciuta ufficialmente,
si può procedere ad accoppiamenti tra gatti
Bombay, ma al fine di arricchire il patrimonio
genetico, ogni tre generazioni sarebbe buona
cosa utilizzare un Burmese zibellino.
Nelle cucciolate di due Bombay, potrebbero
quindi esserci gattini color castagna ! Il nero
è una tinta dominante, ma se i due genitori
presentano entrambi il gene recessivo che
presiede al colore zibellino, esso può apparire
in qualcuno dei cuccioli, che in Europa vengono
considerati Burmesi a tutti gli effetti.
Che cosa ha preso il Bombay da “genitori” così
diversi tra loro?
Dal Burmese ha senz’altro ereditato il look
esotico e l’affettività vulcanica, è un gatto
che si affeziona a tutta la famiglia ed ha
bisogno del contatto fisico ed emotivo con il
suo padrone.
Dal genitore più rustico American Shorthair ha
ereditato il buon carattere e la capacità di
apprendimento: il Bombay risponde al nome ed
impara molti giochi.
Curioso e vivace, di certo non si nasconderà
sotto il letto quando abbiamo visite!
Di buon temperamento, il Bombay è adorabile con
i bambini piccoli, ma non pensiamo di
affiancargli un compagno a quattro zampe, una
volta divenuto adulto! Come una vera pantera,
non ama molto i suoi simili…ama solo noi!
Questi gatti raggiungono presto la maturità
sessuale, tra i sei e nove mesi, ma non sono
molto prolifici. Questo è uno dei motivi della
loro rarità persino negli Stati Uniti, il loro
paese d’origine.
Dotato di ottimo appetito, il Bombay non
presenta particolari difficoltà nella cura del
suo mantello: basta spazzolarlo una volta alle
settimana o lucidarlo con una pelle di daino.
Insomma, il Bombay è una pantera dolcissima che
non ruggisce, ma che riempirà di fusa
altisonanti ogni nostra giornata!
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